Polacca in la bemolle maggiore per pianoforte, op. 53 n°6 “Eroica”

Published on Jan 15, 2013

Polacca in la bemolle maggiore per pianoforte, op. 53 n°6 “Eroica”

Musica: Fryderyk Chopin
Organico: pianoforte
Composizione: 1842
Dedica: Auguste Léo

Guida all’ascolto

Le Polacche, così come le Mazurke e i Notturni, accompagnano Chopin per tutta la vita: dalla Polacca m sol minore composta a sette anni nel 1817 alla Polacca-Fantasia in la bemolle maggiore del 1846. Nonostante ciò che si potrebbe comunemente pensare partendo dal nome, la Polacca rappresenta assai meno l’autentico folklore polacco rispetto alla Mazurka, incarnando se mai l’immagine ideale che della musica polacca si aveva al di fuori della Polonia. Infatti, nata in Polonia in ambito popolare come danza lenta e grave di carattere processionale, a partire dal primo Settecento la Polacca si diffuse rapidamente in tutta Europa stilizzandosi in una forma in tempo ternario basata su un tipico ritmo: croma-due semicrome-quattro crome. Alla Polacca si era aggiunto nel frattempo un Minuetto, trasformatosi poi in Trio seguito, a partire dalla fine del Settecento, dalla ripresa della Polacca, dando vita così alla tipica struttura tripartita Polacca-Trio-Polacca (che poteva essere preceduta da un’introduzione e seguita da una coda).

Con l’inizio dell’Ottocento si assiste a una nuova, duplice evoluzione: ormai completamente autonoma dal ballo, la Polacca da una parte assume un andamento più vivace, un tono più maestoso e si arricchisce di elementi virtuosistici e salottieri e grazie a personaggi come Weber, Hummel e il polacco Karol Lipiriski, si trasforma nella “Polacca brillante”; dall’altra, soprattutto nelle mani del polacco Michal Oginski, rimane più vicina al modello originario assumendo toni più intimistici, malinconici e tristi. Naturalmente Chopin fece tesoro di entrambe queste esperienze, dosandole di volta in volta in modo diverso; intervenendo su questo bagaglio con il suo sommo genio portò ancora una volta un genere, come anche nel caso del Notturno e della Mazurka, a livelli di perfezione mai raggiunti prima, né più mai superati da altri dopo.

La Polacca in la bemolle maggiore op. 53 detta “Eroica” – che per molti è e rimane la Polacca di Chopin, quasi non ne avesse scritte altre o, addirittura, quasi non avesse scritto altro – in effetti è uno di quei brani che soffrono di eccessiva popolarità, divenuta ormai una specie di “sigla” banalizzata e banalizzante di Chopin che ritroviamo in mille contesti diversi (film, cartoni animati, pubblicità, mi torna in mente perfino una vecchia canzone del 1962 di Gilbert Bécaud, Le pianiste de Varsavie) e che anche in ambito classico troppe e troppe volte abbiamo ascoltato, e purtroppo continuiamo ad ascoltare, suonata in modo troppo superficiale ed effettistico, così lontano dal nobilissimo e profondo universo poetico di Chopin.

Composta nel 1842 e pubblicata a Lipsia e a Parigi nel 1843 da Schlesinger e poi nel 1845 a Londra con dedica al banchiere francese Auguste Léo, rappresenta il penultimo lavoro chopiniano del genere, seguendo di un anno la Polacca in fa diesis minore op. 44, pagina fortemente sperimentale a livello formale (al punto che Chopin, da quel musicista dotato di un così «eccelso senso della forma» che era – secondo la felicissima definizione di Nietzsche – parlandone nelle sue lettere, quasi fatica a riconoscerla come Polacca e la definisce «una sorta di Polacca che è piuttosto una Fantasia» o «una specie di Fantasia in forma di Polacca») e precedendo di quattro anni la sublime ed estrema Polacca in la bemolle maggiore op. 61, ardita e visionaria al punto da venir finalmente fregiata da Chopin di quel titolo di Polonaise-Fantaisie già “rischiato” dall’op. 44.

Con un materiale tematico che, per di più, sembra scolpito nel marmo e che, con i suoi continui, incisivi ed esaltanti ritorni, davvero si scolpisce indissolubilmente nella nostra mente.

Carlo Cavalletti
Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell’Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Auditorium Parco della Musica, 3 giugno 2009

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